Sarebbe stato difficile per chiunque rimpiazzare un’emaciata Alice Glass (ha lasciato i Crystal Castles nel 2014) senza sembrare scontati o semplicemente nostalgici dei bei tempi andati. Il colpo d’occhio d’altronde non mente, Edith Frances è la proiezione esatta della Glass. La ricorda in tutto e per tutto. Negli atteggiamenti ribelli emo adolescenziali, nei costumi alla Suicide Squad, nelle pose bellicose così come nelle smorfie allucinate. Ma questo lo si sapeva già. Il resto però, quella sovrastruttura scenica fatta di orpelli e pose che circonda l’esibizione dei Crystal Castles, lo si poteva solo immaginare. E nel complesso, quantomeno a Milano, non sembra aver prodotto grande entusiasmo.

E’ martedì sera e il Fabrique è semivuoto. All’interno lo spazio calpestabile è stato ridotto e ripensato per ospitare il poco pubblico atteso, che è concentrato per lo più lungo il palco fino a una decina di metri da esso. La serata è aperta da Concrete, il primo singolo estratto da Amnesty(I), seguito da Baptism e da una manciata di brani tratti per lo più dagli ultimi tre album. I volumi sono inspiegabilmente bassi, il suono non riempie la sala e contribuisce ad alimentare un senso di distacco dal palcoscenico smorzando l’entusiasmo generale. La scaletta sconfina più volte nel djset riuscendo ad alzare i battiti della serata, ripulendola dalla formalità pettinata di inizio concerto ma non convincendo del tutto.

Nonostante l’incalzare del ritmo sostenuto dalla batteria martellante di Christopher Chartrand, storico accompagnatore della band nei live in giro per il mondo, lo spettacolo non decolla. Poi c’è la questione Crystal Castles. Il primo, omonimo, album, quello che ha sancito il loro successo rendendo popolare nel mondo il duo di Toronto, viene quasi ignorato. Sono escluse dall’esibizione Vanished, Knights, Black Panther, Air War e Alice Practice (il primo singolo in assoluto prodotto da Alice Glass e Ethan Kath). In compenso Edith Frances si esibisce in numeri da circo sopra e sotto al palco versandosi litri di acqua San Benedetto sul capo (Baptism?), attorcigliandosi i cavi dei microfoni attorno al collo (Suffocation?), violentando le aste che li reggono (Violent dreams?) che diventano mazze o scettri a seconda del momento. L’interazione con il pubblico è limitata alla prima fila. Non c’è spreco di annunci e l’unico incitamento proviene da Ethan Kath che lancia un battito di mani fuori tempo prontamente accolto dal pubblico (siamo italiani d’altronde). Sfilano quindi velocemente, uno dopo l’altro, i brani dell’ultimo disco, Char, Enth, Fleece, Kept.
Dopo l’ultima pausa, a coronamento di una simbologia emo un po’ esasperata, Edith fa ritorno sul palco con un mazzo di rose. Recitando Female, una nenia soffocata dall’elettronica (figlia anche questa dell’ultimo album), ne strappa i petali con quell’aria da ninfetta malefica ereditata proprio da Alice Glass, o forse solo proiettata nelle mie retine dal suo ricordo. E dopo appena settanta minuti, sulle note finali di Not In Love (moderno manifesto dark consacrato a suo tempo dalla voce di Robert Smith), si chiude un concerto per lo più spoglio di emozioni.
La sensazione finale è che i Crystal Castles siano ridotti a una versione appannata di quello che erano un tempo. L’isteria elettronica, il senso di insicurezza e disagio che anni fa fece appassionare alle atmosfere cupe e distorte da club underground, sono orfani della loro matrigna e risultano così depotenziati facendo perdere credibilità al dramma, finendo per far apparire la musica schiava di un disagio differente, controproducente, non più germoglio artistico di una socialità disastrata bensì frutto di un’incompiutezza musicale, di una perdita inesorabile di identità.